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A Skeggia – Incontro con la Rivista ‘Contrasti’

La serata di Skeggia, tra cibo, dj set, senso di appartenenza, comunità e la Rivista Contrasti ospite dell’evento in sede

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Mostra a Skeggia (© Matteo Cordari x 1000Cuori Rossoblù)
Mostra a Skeggia (© Matteo Cordari x 1000Cuori Rossoblù)

Passerella d’onore per la Rivista Contrasti, ospite della nuova sede di Skeggia dei Forever Ultras. La memorabile giornata di ieri tra tornei, dj set, cori, cibo, appartenenza e uno sguardo critico sull’oggi vissuto dal tifoso. Tutto ciò grazie all’incontro ‘Ultras: vivere oltre nel 2026’ e il conseguente dibattito con il direttore della rivista, Andrea Antonioli e il redattore Andrea Mainente.

Il primo intervento da parte del direttore Antonioli. «Innanzitutto e non lo dico per piaggeria, ma qui c’è davvero un bell’ambiente. Vedendovi qui, nonostante alcune derive tribali del tifo organizzato, noto quello spirito di una volta. Quello di sacrificarsi, del mettersi a disposizione di una comunità, di ragionare per il ‘noi’ piuttosto che per l’io. Che cosa significa essere ultras oggi? Noi siamo qui per una questione esistenziale e fisica. Le promesse sull’individualismo sono state disattese: ci ritroviamo in questi ambienti per un fattore esistenziale ancor prima che ideologico. Qui c’è un’umanità che ancora si sprigiona. Dovremmo tornare allo spirito che trasmette questa serata e cioè ad un valore anti-utilitarista perché oggi si fa tutto per un qualcosa. Perché dopo il lavoro c’è chi viene qui e si sacrifica? Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita, diceva Pasolini».

Andrea Mainente. «C’è dal 2006-2007 una tendenza generale ad omologarsi. Da quegli anni lì è iniziata una fortissima repressione. Molte curve in Italia sono andate verso lo stesso sentiero. Storicamente l’Italia ha fatto scuola in tutto il mondo anche grazie agli slanci onomastici, con nomi specifici di un luogo. Negli ultimi dieci anni ho notato che le curve tendano a ridurre i nomi, con modelli standardizzati di suggestioni prese altrove. E così anche striscioni, pezze, adesive: ognuno di essi raccontava una sua particolarità. Oggi, invece, tra file vettoriali inviati ad aziende cinesi e intelligenza artificiale, si è perso il valore dei simboli. Ne parlava Walter Benjamin, in riferimento all’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Altro esempio: l’etica del vestiario. Ha preso piede il total black diventando una moda del momento, facendo perdere la connotazione della fantasia, elemento riconducibile al movimento del tifo italiano. Siamo tutti caduti nel malinteso collettivo del vestiario casual. È diventato il modo più facile per riconoscere un ultras, da parte di stewards o poliziotti. Se un tempo ci si vestiva così per sfuggire agli sguardi altrui, credo che oggi ci sia la paura contraria, ovvero non essere riconosciuti dai propri simili. L’utilizzo dei social allo stadio e capicurva che diventano influencer, sono forse i più grandi motivi di omologazione nelle nostre curve. Un coro nasce a Napoli e tra una settimana è in tutta Italia. Credo che lo spirito ultras sia nato antisistema, trasgressivo per natura, e che questa tendenza ad andare tutti verso un’unica forma di vita, citando Pasolini, sia un sintomo su cui riflettere.»

Dalla critica ad un’altra prospettiva. Il valore che possiamo avere nel 2026, nelle nostre città e nella società in generale

Antonioli. «Il radicamento: il motto ‘difendi conserva tifa’ lo abbiamo citato spesso. Nell’ultima poesia scritta da Pasolini, ‘Salute e augurio’, l’importante era il ‘difendi, conserva, prega’. Questo era un argine alla società dei consumi. È un modello annichilente quello che ci vorrebbe solo consumisti. Oggi è più difficile tifare che in tempi passati, è evidente. Oggi il controllo capillare del sistema è onnipervasivo, è totalitario: si va dai divieti di trasferta ai daspo fuori contesto. Notiamo un graduale scivolamento verso la repressione più totale. Sarebbe bello che Skeggia e un posto così fosse aperto sempre, ogni giorno, al di là delle partite in programma».

Skeggia – La trasferta, la prima piccola odissea lontano dalla propria città

Andrea Mainente: «La trasferta secondo me può offrire uno spunto educativo per i ragazzi, specialmente oggi laddove manca un’agenzia educativa riconosciuta. Se l’omologazione è un sintomo, nel radicamento c’è una possibilità di cura in tempi intrisi dalla solitudine. Voi che siete qui, siete la prova vivente che noi abbiamo bisogno di radicarci. A Skeggia non è intercambiabile così come la squadra che tifate. Le curve sono state per anni un laboratorio anti-sistema, di evasione, della capacità di riflettere sul fatto che si può dire di no. Nel gruppo ultras si impara che prima di tutto viene il gruppo, anche prima della squadra. La curva, più di qualunque altro ambiente sociale, è in grado di abbattere tutti quei muri che normalmente crescono in società. La curva è quindi un agente educativo che funge da ancora di salvezza.

C’è un meccanismo, Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive. Il nome dice tutto: un osservatorio è pagato per osservare. Se smette di osservare, valutare, filtrare, intervenire non è più un osservatorio. Dall’inizio di settembre sono già state vietate una quarantina di trasferte nei campionati italiani e questo è indice di una tendenza: non risolvere il problema. Le Questure non si premurano più di spiegare perché viene fatto il divieto. Vi faccio un esempio: Padova, stadio Euganeo. Per chiunque vada a Padova è letteralmente impossibile scontrarsi, perché il settore ospiti è a 200-300 metri al di fuori dell’autostrada. Vietare una trasferta a Padova significa farlo per pura ripicca.

Hanno vietato a chi non si è voluto piegare a certe logiche, come accaduto ai cavesi che hanno rifiutato di fare la tessera e non sono praticamente mai andati in trasferta. Tra l’altro il direttore pochi giorni fa ha parlato con il Ministro dello Sport chiedendo se questo fosse un indirizzo che l’Osservatorio ha preso scientemente. Il Ministro ha risposto che si crede nella responsabilità individuale. Allora la domanda vien da sé: dove sta la responsabilità individuale quando io, incensurato, non posso seguire la mia squadra? Di fatto vietare significa lavarsi le mani e non affrontare il problema. Se il divieto, che sarebbe un’eccezione, diventa la norma, c’è da riflettere e preoccuparsi.»

Daspo fuori contesto – La disumanizzazione

Andrea Antonioli. «Daspo fuori contesto, una repressione che possiede molti più strumenti rispetto al passato, vorrei parlare anche del caro biglietti. Paradossalmente la Uefa ci tira le orecchie dicendo che le federazioni affiliate ad essa dovrebbero contenere i prezzi dei biglietti. Figuriamoci la Germania: lì il tifoso ha un ruolo centrale e fornisce molti spunti. Una parte del calcio moderno è stato respinto proprio dai tifosi tedeschi, facendo fronte comune. Certo, è un modello culturale diverso: in Germania i club sono controllati al 50% +1 dai tifosi. In Italia c’è invece un limite storico, assieme a campanilismi estremi e rivalità. Dovremmo unirci su certe tematiche, anche perché battagliare con il sistema non è una strada percorribile: sarebbe una lotta impari».

Daspo. «Spesso dipende anche dal Questore di turno o dalle Questure che vogliono essere alquanto protagoniste e fioccano questi provvedimenti come il daspo fuori contesto. Come si è giunti a questo? Cosa è accaduto a Padova? I tifosi sono andati a Udine e hanno provato ad arrivare nel luogo di ritrovo dei tifosi dell’Udinese. Sono stati prontamente fermati: il Questore della città veneta ha chiesto la lista di tutti gli abbonati alla Curva Sud e chiunque avesse un procedimento penale a carico ha ricevuto il daspo fuori contesto».

L’aria vibra, insieme ai colori delle luci e ai cori intonati. Senso di appartenenza e sacrificio. Una serata che raccoglie le istanze e accoglie un’umanità differente rispetto al conosciuto. ‘Non ci avrete mai come volete voi’.

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