Calcio
Nazionale italiana: interviene il Ministro dello Sport Abodi, ma cosa c’è dopo le parole?
Dopo l’ennesima esclusione dal Mondiale, Abodi chiede una rifondazione del calcio italiano e attacca Gravina e i vertici Figc. Ma cosa cambierà dopo le sue parole?
In risposta alle agghiaccianti parole di Gravina – commentate qui – arrivano le parole del Ministro dello Sport italiano, Andrea Abodi. Queste parole non sono soltanto una presa di posizione politica: è il primo atto esplicito di sfiducia istituzionale nei confronti del gruppo dirigente della FIGC, ma lo fa dopo tre Mondiali consecutivi mancati.
Il punto, oggi non è soltanto aver perso contro la Bosnia. Il punto è aver quasi preso consapevolezza che l’Italia possa stare fuori dal Mondiale. Ancora. Per la terza volta di fila: un problema strutturale. E quando il fallimento diventa sistema, allora non bastano più i ringraziamenti ai giocatori, le frasi sulla “prestazione eroica” degli stessi o le accuse rivolte altrove.
Le parole di Abodi
Le parole di Abodi sono dure soprattutto perché arriavano dove Gravina ha cercato di non arrivare: sulla responsabilità. Quando il ministro dice che «il calcio italiano va rifondato» e che questo processo deve partire «da un rinnovamento dei vertici della Figc», sta dicendo una cosa molto semplice: non può essere sempre colpa di qualcun altro. Non può essere colpa del calendario, dei vivai, della sfortuna o dell’arbitro. Dopo sette anni e mezzo alla guida della federazione, Gravina non può più permettersi il lusso di parlare come se fosse un osservatore esterno del disastro.
Ammissione… tardiva
Nasce però, da queste parole, un’ulteriore falla: rischiano di essere giuste, ma tardive. E soprattutto rischiano di restare soltanto parole. Perché è facile chiedere un cambio ai vertici, invocare responsabilità. Più difficile è capire se davvero qualcosa cambierà. Perché il calcio italiano è pieno di momenti in cui tutti sembrano aver capito la lezione, salvo poi ritrovarsi esattamente nello stesso punto pochi anni dopo.
Per questo la sensazione è che le parole del ministro, pur condivisibili, abbiano anche qualcosa di profondamente amaro. Perché arrivano dalle stesse istituzioni, che in questi anni hanno osservato, accompagnato e in parte tollerato il progressivo svuotamento del calcio italiano.
Riportare il calcio alla sua essenza
Il calcio nasce per il popolo e con il popolo. Nasce nei quartieri, nei campetti, nelle domeniche passate davanti alla televisione con la famiglia, con una pizza sul tavolo e una birra in mano, aspettando che la Nazionale faccia sentire tutti parte di qualcosa di più grande. Non è soltanto tattica, business, plusvalenze, diritti televisivi o conferenze stampa. È emozione condivisa.
Ed ecco che siamo arrivati alle parole di Abodi, alla necessità di mediare una delusione così grande con le istituzioni, con le prese di posizione politiche. Così siamo arrivati a spostare il calcio nella dimensione dei consigli federali e inserito all’interno di giochi di potere.
Abodi, dopo le parole?
Per questo la domanda resta lì, sospesa, ed è la più importante di tutte: dopo le parole, cosa succede? Perché se non cambia il modo di vivere il calcio, di insegnarlo, di raccontarlo e di sentirlo, allora cambiare servirà a poco. Serve ammettere che il sistema ha fallito. E che chi lo ha guidato fino a oggi non può pensare di essere anche la persona giusta per ricostruirlo.
Il vero rischio, adesso, non è soltanto perdere un altro Mondiale tra quattro anni. Il vero rischio è abituarsi all’idea che l’Italia, nel calcio, non conti più davvero.
Fonte: Sky
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