Bologna FC
Il Bologna davanti ai propri limiti
Dal sogno europeo alla realtà dei limiti: il Bologna si scopre fragile. E adesso deve decidere chi vuole essere.
Lontano il Bologna c’era arrivato davvero. Ed è proprio questo che rende più difficile accettare il presente. Perché quando una squadra supera le aspettative per due stagioni consecutive, inevitabilmente cambia la percezione si sé e quella degli altri. Oggi però il Bologna è dentro una crisi che impone di distinguere tra entusiasmo e struttura. Il problema è che la percezione non sempre coincide con la realtà tecnica ed economica. E adesso i rossoblù si ritrovano davanti a un ridimensionamento meno esaltante, ma forse rappresenta l’occasione giusta per ritrovare equilibrio e ritmi più stabili.
Identità smarrita
Negli ultimi tre mesi i numeri sono impietosi, da retrocessione. E quando i numeri parlano così, la parola “esonero” entra automaticamente nel dibattito. Ma davvero cambiare ora risolverebbe la crisi del Bologna?
Italiano ha scritto una pagina importante della storia recente rossoblù e questo pesa, nel bene e nel male. Guardando solo al lato pragmatico, un esonero oggi sarebbe costoso e forse inutile. La squadra non è allo sbando: è confusa, sì, meno feroce, meno brillante, ma non spenta. È più probabile che a fine stagione si scelga di aprire un nuovo capitolo, magari con uno dei nomi che circolano (De Rossi? De Zerbi? Tudor? Pisacane?), piuttosto che intervenire ora con una soluzione d’emergenza che rischierebbe di compromettere la programmazione.
Questo però non significa assolvere tutto. Anche Italiano sta faticando a trovare contromisure. Alcune scelte tecniche e certe dichiarazioni raccontano un allenatore che prova a proteggere il gruppo mentre cerca, forse senza trovarla, la chiave per riaccendere la squadra.
Vincenzo Italiano in Bologna-Celtic 2-2 (© Damiano Fiorentini)
Giocatori e identità: il nodo centrale
Se c’è un cuore del problema, sta nel rendimento. Troppi protagonisti della scorsa stagione non stanno incidendo come prima. Odgaard e Ferguson hanno perso peso specifico. Orsolini, Skorupski e Freuler alternano buone cose a pause evidenti. Castro, che intanto ha rinnovato fino al 2030, vive una stagione a intermittenza. Dallinga non ha ancora fatto il salto atteso. Cambiaghi ha tamponato l’assenza di Ndoye solo per un periodo limitato.
Il mercato ha acceso scintille: Zortea sembra poco funzionale al modulo e difficilmente superiore al miglior Holm, che però non si è mai visto davvero; Heggem e Vitik, pur con aspetti positivi, non valgono Beukema; la scommessa Immobile non ha funzionato; Joao Mario e Sohm danno profondità, ma non cambiano le partite. Le note davvero convincenti restano Rowe e Bernardeschi, due che possono ancora incidere nel finale di stagione.
Jonathan Rowe (©Damiano Fiorentini)
Ma oltre ai nomi, c’è la testa. La squadra ha pagato i troppi impegni e, sconfitta dopo sconfitta, ha perso sicurezza. L’anno scorso c’era leggerezza, quasi arroganza positiva. Oggi c’è fretta, ansia, paura dell’errore. È un circolo che si rompe solo con risultati consecutivi: almeno tre, per cambiare l’inerzia emotiva prima ancora che quella di classifica.
La linea del club
Saputo non è stufo del progetto, ma certamente amareggiato. Anche per una parte di contestazione che percepisce come eccessiva. Il Bologna non è in vendita e non lo sarà nel breve periodo. Quanto durerà questa fase dipenderà anche dai risultati e dall’ambiente. L’obiettivo resta dichiarato: squadra strutturata per competere per l’Europa, senza però aumentare gli investimenti. L’Europa come ambizione stabile, non come certezza automatica. È sempre stato questo il messaggio del club. Se qualcuno aveva immaginato un salto definitivo verso un’altra dimensione, lo ha fatto senza che la società lo avesse mai promesso.
Forse la vera domanda non è se il Bologna sia in crisi. Lo è. La domanda è un’altra: questa stagione è una partentesi o l’inizio di una nuova normalità? La risposta non arriverà dai comunicati né dalle conferenze stampa. Arriverà dal campo. E dalla capacità di ritrovare quella leggerezza che aveva fatto sembrare possibile tutto.
Fonte: Repubblica, Emilio Marrese
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