Liverpool campione, il trionfo di un luogo speciale

Scritto da  Giu 26, 2020

Maggio 2014, Anfield. Gerrard scivola, Demba Ba viaggia verso Mignolet e lo batte in uscita. Dal Chelsea al Chelsea: 2020, i blues battono il Manchester City e consegnano al Liverpool il diciannovesimo titolo di campione d'Inghilterra. E' la prima Premier League: da quando esiste, 1992, il Liverpool non l'aveva mai vinta. Nel 1990, anno dell'ultimo trionfo dei reds, si chiamava ancora First Division. Batto le dita sulla tastiera in modo furente e entusiastico, come non mi capitava da tempo, perché Anfield l'ho vissuto più di una volta, perché il Liverpool lo tifo da tempo, perché ne ho scritto e ne ho decantato la storia. Non necessariamente i successi.

Perché Liverpool, città bella e maledetta, sempre dalla parte del torto come amo dire sovente, merita questo titolo non solo per quanto fatto vedere in campo ma per la sua storia, la sua gente, la sua generosità e la sua passione. Poveri tifosi blu: quelli dell'Everton nell'ultimo anno si sono dovuti sorbire un pessimo spettacolo. Coppa dei Campioni, Supercoppa Europea, Mondiale per club, e ora il titolo inglese che mancava dai tempi di John Barnes in campo e di Dalglish in panchina.

Una rosa competitiva negli undici ma zoppa nelle riserve, si diceva, e invece ecco qua servita la beffa: 23 punti di vantaggio sul City, con la panchina più lunga, mai nessuno li avrebbe pronosticati. Eppure il Liverpool ha vinto, e lo ha fatto perché le vittorie aiutano a vincere. Dopo il trofeo europeo sollevato a giugno di un anno fa, è stato tutto un crescendo. In barba alla sfortuna degli ultimi anni: a quel titolo sfumato nel 2014, ma anche nel 2009, quando lo United la spuntò nonostante una pesante sconfitta per 4-1 in casa contro i rossi. E la finale persa a Basilea contro il Siviglia in Europa League nel 2016, e ancora le papere di Karius nel 2018 a Kiev contro il Real.

Pareva tutto una maledizione. Sfatata questa sera, dalla poltrona di un albergo, vedendo il City perdere per l'ottava volta in questo campionato anche se il Re aveva abdicato comunque molte settimane fa. L'ansia per un campionato dapprima ucciso dal virus, e poi resuscitato in sicurezza sdoganando la gioia per gli uomini in riva al Mersey. 

E proprio da quelle finali perse è nata la fine della lunga attesa: "non voglio allenare le squadre forti, le voglio battere", è l'assioma di Klopp. Che ha cesellato e limato sin da quando nel 2015 è subentrato al mortificato Rodgers, che sarebbe stato un eroe eterno se avesse vinto lui quel titolo, e invece se n'è andato con tanti rammarichi. Firmino, 40 milioni e più dolori che gioie all'inizio. La nidiata proveniente da Southampton: Lallana, Lovren e poi anche Mané, che comunque si notava avesse un altro passo. L'improbabile Benteke, che fa sorridere a pensarci, vedendo oggi quel terribile tridente là davanti che insieme ai compagni ha messo insieme ben 70 reti tonde in 31 partite: e non è ancora finita.

E poi soltanto 21 reti subite: la miglior difesa è l'attacco. Una manovra ariosa, veloce, travolgente e soprattutto verticale. Il Liverpool di Klopp siede a pieno titolo tra le grandi di sempre. E stasera, nelle acque del Mersey, chi ha a cuore quel cormorano che sorveglia la città dal Royal Liver Building e che compare nel "crest" del club, ci si tufferebbe senza pensarci due volte. 

Ultima modifica il Venerdì, 26 Giugno 2020 16:09
Stefano Ravaglia

Stefano Ravaglia nasce a Ravenna nel 1985. Giornalista pubblicista, appassionato di calcio e della sua storia, ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa e collabora attualmente con le testate online ‘Unfolding Roma’ e ‘La Notizia Sportiva’. Appassionato in particolar modo di calcio inglese, tesserato al Liverpool Italian Branch, conduce il podcast settimanale ‘Passione Premier Talk’ del portale Passionepremier.com. Ha all'attivo quattro libri e alcuni racconti pubblicati in varie antologie. Collabora con "1000 Cuori Rossoblù" dal gennaio 2020.