Eraldo Pecci Eraldo Pecci

Eraldo Pecci: “Palacio numero uno. Sabato il Bologna può fare il colpaccio” – 4 gen

Scritto da  Gen 04, 2018

In occasione del match di sabato tra Torino e Bologna, in programma alle 12.30 del giorno dell’Epifania, 1000 Cuori Rossoblu ha intervistato Eraldo Pecci, centrocampista di manovra cresciuto proprio nel settore giovanile rossoblù. Poi la decisione di partire proprio per Torino, città nella quale vincerà uno Scudetto sfiorando anche il seguente, l’anno dopo. Ma Bologna ed Eraldo si appartengono, nulla da fare. La tentazione di tornare a casa era davvero troppo forte, tant’è che spesso lo si trovava alla Croce di Casalecchio, a sorseggiare un caffè. Ci ha parlato del suo rapporto con La Dotta, dell’avventura al Torino e di tanto altro. Buona lettura!

Esperienza al Bologna: cresciuto nelle giovanili, poi approdato in Prima squadra; sensazioni, emozioni derivanti dalla prima vera avventura nel Calcio maggiore?

“Noi una volta avevamo una visione del calcio che permeava tutta la vita: tornavamo a casa da scuola, andavamo al campo, giocavamo fino a sera prima di tornare a casa. Il Calcio per Noi era molto (basti pensare alle figurine, per esempio): per cui quando cominci a giocare in una squadra di livello alto con e contro delle persone che vedevi solo nelle figurine, è sempre una bella sensazione. Fai fatica a spiegare le emozioni che provi, però uno può immaginare che sia una cosa molto gradevole.”

Quanto fu importante, per un ragazzo di 19 anni, segnare quel rigore decisivo nella finale di Coppa Italia (1973/1974))?

“Quando sei giovane ti appare tutto o molto facile o molto difficile, dipende dal tuo carattere: dal mio punto di vista mi sembrava tutto alla portata, avevo una visione ottimistica. È come quando uno sta male, non pensi mai tocchi a te, ma sempre agli altri. Da giovane, quando sei pieno di entusiasmo e di ottimismo ti viene tutto bene; poi c’è il caso che la vita di porti qualche esperienza negativa, ed è lì che inizi a riflettere di più. Quando Pesaola mi chiese <<Va Lei a tirare questo rigore?>> io non ho avuto nessun problema, poi è chiaro che fu una grande soddisfazione vincere un trofeo importante come la Coppa Italia. Resta il fatto che facemmo una gran rapina, poiché il Palermo aveva giocato molto meglio.”

Perché decise poi di tornare a Bologna, diventandone una bandiera?

“Avevo più di 30 anni, due bambini piccoli e mi stavo separando da mia moglie, e mi piaceva quindi avere la possibilità di venire a casa più spesso, più vicino vivevo e meglio era ecco. Io tornavo spesso a casa, soprattutto la sera, quando giocavo fuori da Bologna: Bologna è stata, appunto, una scelta perché già conoscevo l’ambiente, c’ero già stato, due un ritorno logistico per le distanze. Quando giochi con una squadra è difficile che si torni a casa la sera: entri nella città, nei tifosi, nei compagni. Un affetto grande per la squadra nella quale giochi resta: difatti io seguo ancora con molto interesse e partecipazione tutte le squadre nelle quali ho giocato, ognuna ha un suo sapore.”

Al Torino ebbe modo di continuare la sua carriera: sotto la Mole vinse lo Scudetto del 1976. Quanto fu importante, per la città di Torino e per l'Italia calcistica, il duello Juve-Toro per la conquista dello scudetto?

“In tutte le città di Italia dove ci sono due squadre, penso a Genova, a Roma, a Milano, ora anche a Verona, le compagini, tra virgolette, si equivalgono. A Torino invece c’è una squadra, la Juventus, che non si equivale mai con l’altra. Il derby è una cosa particolare: da una parte la squadra che ha più potere, la Juventus, dall’altra il Torino, che invece ha più storia. Oltre che storia, ma qui si rischia di cadere nella retorica, anche più affetto di tutti, dato che la tragedia di Superga è stato un dramma che ha coinvolto tutti. È un derby molto particolare, e che vinca il Toro succede poche volte, quasi mai. È una sensazione di certo particolare.”

Oggi Lei è un affermato opinionista calcistico: da dove nacque l'idea di intraprendere questa carriera una volta appese le scarpe al chiodo?

“Mi chiesero di fare determinate cose, io pensavo che essendo una materia che mi sembrava di conoscere trovavo giusto provarci e farla. Ma non l’ho mai chiesto Io, mi è sempre stato domandato. Mi sono divertito, l’ho fatto con piacere ma non è mai stata una mia iniziativa.

I compagni più forti con i quali ha giocato?

“Ho avuto la fortuna di giocare con un sacco di buonissimi giocatori, di campioni: se parto da Bologna all’inizio ho condiviso lo spogliatoio con Bulgarelli, con Perani, con Savoldi. A Torino Pulici, Graziani, Claudio Sala, Castellini, Zaccarelli. A Firenze Antognoni, Passarella, Albertoni, Galli, Vierchowod. A Napoli invece, c’era Maradona; se devi sceglierne uno prendi Diego e non fai torto a nessuno.”

La delusione e la soddisfazione più grande nella sua carriera da calciatore?

“Di delusioni ce ne sono molte, non saprei sceglierne una: le soddisfazioni e le delusioni sono quotidiane in questa carriera, la quantità di grandezza è soggettiva. A me è dispiaciuto perdere uno scudetto a 50 punti (stagione 1976/1977, Torino secondo e Juventus prima per un solo punto), ma mi è dispiaciuto anche andare via da Bologna e da Torino. Mi dispiacciono molte cose. La soddisfazione c’è tutti i giorni perché fai un mestiere per il quale ti alzi la mattina e lo vai a fare volentieri, tra l’altro stipendiato (ride, ndr).”

Si rivede, nonostante i tempi siano cambiati - così come il modo di fare e intendere il calcio - in qualche giocatore del Bologna?

“No, penso che ognuno abbia le sue caratteristiche e i giocatori bravi e meno bravi ci sono in tutte le generazioni. Ognuno ha i suoi gusti e fa le sue scelte: a me non piacciono quelli che cercano di fregare, che simulano, che si buttano per terra. Quelli che fanno il loro mestiere in modo onesto possono piacere o meno, dipende dai gusti.”

Da quale giocatore del Bologna è stato impressionato maggiormente in questo girone d'andata?

“Per me Palacio numero uno: non mi aspettavo tanto, ma ha fatto un lavoro, già solo con la sua presenza, con il suo esempio, con il suo modo di comportarsi ha portato avanti il lavoro di Donadoni di 5/6 mesi. Senza Palacio avremmo avuto un campionato più difficoltoso.”

Chi invece l'ha delusa di più?

“Mi piacerebbe che avesse più continuità Verdi, che ha le qualità per essere un buon giocatore. Mi aspettavo di più da Taider, da giocatori del genere: ma delusione è una parola grossa, non credo che il Bologna possa permettersi grandi giocatori se non scoprendo dei fenomeni dal suo vivaio; se sotto le Due Torri arrivano dei fuoriclasse vuol dire che o hai avuto fortuna oppure li hai creati te. Sicuramente prima del Bologna possono scegliere tra altre 100 squadre .”

Quale sarà, secondo Lei, la chiave di lettura della partita di sabato?

“Il Torino, nonostante le assenze, ha molti giocatori validi: prende però molti gol, una pressione abbastanza per metterli in difficoltà, potrebbe essere questa la chiave. Prima giocavano con solamente due centrocampisti, ora hanno inserito un mediano e tolta una mezzapunta per reggere meglio.”

Pronostico?

“E’ una partita alla pari: in condizioni normali il Torino avrebbe un po’ più di pronostico a favore, con tutti questi infortunati potrebbe essere l’occasione per il Bologna di fare il colpaccio”.

 

 

 

 

Oltre a Pecci sono stati altri i giocatori che hanno vestito entrambe le maglie: potete leggerli qui!

Giacomo Guizzardi

Nato e cresciuto in periferia, inizia a collaborare con 1000 Cuori Rossoblu nel novembre del 2015. Al momento gestisce tutto ciò che riguarda la Primavera del Bologna, tra approfondimenti, cronache dei match e calciomercato.
Calciatore fallito, aspirante giornalista.