Monday Night - Real vs. Rangers e il disastro del Vajont

Scritto da  Nov 19, 2018

 

Scivolo e non riesco a fermarmi, più rapido di Paco Gento sulla fascia. Ah, che bel gioco, il Real Madrid!

 

Quassù, lontano da Chamartin, un nome che sa tanto di vino francese e che in realtà è solamente un quartiere della capitale spagnola, la partita dei blancos contro i Rangers di Glasgow è l’evento della sera. Anche se il match va in onda in differita e i calciofili del paese devono attendere le 22.00 per vedere il calcio d’inizio di una partita che al Bernabeu si appresta alla propria conclusione: il calcio internazionale non attrae a sufficienza il pubblico italiano, maggiormente interessato ai varietà, sinanco alle repliche.

 

La RAI, avvalendosi del circuito dell’Eurovisione, registra il match dal programma comune e lo trasmette posticipato di un’ora e mezza rispetto al primo fischio del francese Bois. Non è una novità: gli appassionati spesso e volentieri si devono accontentare di gare propagate ad orari improponibili, o, nella migliore delle ipotesi, di dirette a partita in corso. Pian piano le scatole catodiche si moltiplicano nelle case degli italiani, ma il ritrovo fisso, specie nei paesi piccoli come il nostro, è il circolo munito di televisore. Nel caso specifico, il nostro appuntamento fisso è all’Acli, dopo il turno di lavoro alla diga e una rapida cena con i nostri cari.

 

Real Madrid – Glasgow Rangers è una gara a senso unico: al 24’ è 4-0. Ferenc Puskas, ormai vecchietto ed ingrassato, sembra ancora il fuscello di quell’Aranycsapat che fece sognare tutta l’Ungheria; segna una doppietta e propizia le reti di Evaristo e di Paco Gento, l’ala sinistra idolo del Gino. Il Gino, al secolo Giorgio De Cesero, è seduto in prima fila ed afferma da inizio gara che se solo avesse voluto ci sarebbe lui, a giocare su quella fascia.

 

Il Gino esagera, lo sa anche lui, ma è il più forte tra tutti noi: due anni fa finì nel mirino del Bologna, disposto a visionarlo ad un provino al quale, adducendo un infortunio muscolare, non si presenterà mai. In realtà, seppure non voglia confessarlo, temeva gli sarebbe mancato tutto ciò che aveva a casa. Gli affetti, le entrate sicure da operaio della SADE, il grappino serale e l’Acli. Inteso sia come circolo, sia come squadra del paese.

 

Già, l’Acli Longarone. Una squadra di amici, col vecio, il capitano Angelo Olivier, a fare da chioccia ad un gruppo scanzonato. Il Gino, Roberto, i fratelli Renato e Pier Antonio Piva ed io, Giorgio, tutti giocatori per diletto, tutti amanti del grappino dell’Acli e, soprattutto, tutti operai della SADE, Società Adriatica Di Elettricità, che ha in gestione la diga. La più alta d’Europa, dicono, costruita sul terreno marcio e franoso del Toc, la montagna che domina imperiosa sulle nostre teste. E della quale ci fidiamo poco: è già una manciata di giorni che la terra sotto i nostri piedi trema...

 

Gli ingegneri ci rassicurano, è tutto sotto controllo. Da qualche settimana, però, dicono a noi operai di far scendere il livello dell’acqua, un metro al giorno, e non capiamo il perché. C’è chi dice che le piogge e le nevicate ormai prossime possano far tracimare il lago artificiale, alcuni sostengono che troppa acqua non permetta di produrre l’energia elettrica che serve per tutta la zona del Vajont, altri che le pareti del Toc siano troppo fragili e possano franare, sottoposte a così tanta acqua. E all’Acli stasera, tra un bicchiere e l’altro, mentre i nostri occhi fissavano lo schermo e vedevano Gento perculare ripetutamente il dirimpettaio Shearer, sperduto contro la rapidità del calciatore spagnolo, Angelo ci ha confessato di temere non solo per sé stesso e la sua famiglia, ma per l’intera vallata, mentre Renato, anima dello spogliatoio (e del bar), prendeva per il culo Franchino, il più giovane del gruppo. Da quando ha scoperto che il ragazzino vive a Conegliano per studiare da enologo, al terzo o quarto bicchiere di Pinot ogni sera sale in piedi sul tavolo e si finge sommelier...

 

Franchino, 17 anni, è il futuro del calcio a Longarone. Anzi, probabilmente resterà a valle per giocare nel Lanerossi, già interessato a lui, ed eviterà di tornare a casa ogni fine settimana per dare due calci insieme a noi. Ha la testa sulle spalle, può arrivare lontano. Sicuramente, più del Gino, che ci tiene a precisare che se avesse voluto ci sarebbe lui, a giocare al posto di Gento, il quale continua a sfrecciare sulla fascia con Shearer che pare implorare pietà. Finta e controfinta, cross in area e il televisore si spegne di botto, con la folla che impreca.

 

Gli sbalzi di corrente sono ormai all’ordine del giorno, così restiamo immobili di fronte al televisore, convinti che la linea torni a momenti. Solo Angelo si alza in piedi, si affaccia al portone del circolo. E comincia ad urlare.

 

Poi scivolo e non riesco a fermarmi, più rapido di Paco Gento sulla fascia. Ah, che bel gioco, il Real Madrid...

 

Alle 22.39 del 9 Ottobre 1963, una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia e terra si staccò dal Monte Toc, piombando sul bacino del Vajont, proprio di fronte a Longarone. Si creò un’enorme onda che in parte spazzò la valle di Erto e Casso, sulla parte destra dell’invaso, e in parte scavalcò la diga precipitando verso il Piave. Longarone, Castellavazzo, Pirago, Villalta ed altre frazioni furono spazzate via dalla furia da una massa di acqua e fango. Dove passò, portò via tutto: case, strade, animali. E soprattutto, portò via con sé 1910 vite umane.

 

La strage fu la diretta conseguenza di una serie di errori umani: avere insistito per costruire la diga in una valle inadatta dal punto di vista geologico, avere invasato le acque oltre ai margini di sicurezza, innalzando la quota del lago artificiale, e di avere svasato in modo troppo rapido, innescando così la frana.

 

L’Acli Longarone perse ben 6 titolari nell’inondazione: il capitano Angelo Olivier, i fratelli Renato e Pier Antonio Piva, Roberto Trevisson, Giorgio Dal Molin e Giorgio De Cesaro. Si salveranno, tra gli altri, Lorenzo Franco, militare di stanza a Padova, Luca Fiorin, da poco ceduto al Como, e Franco De Biasio. Il quale, scosso dall’accaduto, smetterà di giocare a calcio.

 

Ultima modifica il Lunedì, 19 Novembre 2018 21:18
Claudio Leone

Palermitano di nascita, valledolmese di crescita (e nel cuore), imolese dall'adolescenza in poi. Innamorato del calcio in ogni sua espressione, vivo di curiosità, con picchi di entusiasmo fanciulleschi nel nutrirmi di storie poco note. Segno distintivo: politeista. Venero Roby Baggio, Federico Buffa ed altri personaggi del mondo sportivo.